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22/10/2017 - PARCO ARCHEOLOGICO MARTURANUM - BARBARANO ROMANO



Informazioni sull'uscita

Data: 22/10/2017

Difficoltà:

- Difficoltà media
- Presenza salite
- Spola auto/partenza escursione arrivo, non coincidenti

Distanza in auto: 70 km (a/r)

Lunghezza percorso a piedi: 5 km

Note:

         

PARCO ARCHEOLOGICO REGIONALE DI MARTURANUM

Barbarano Romano

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“Note a corredo di un’uscita dell’anno 2007 nel Parco di Marturanum”

 

"Thuruche Larth Mantureie"
Non è possibile una visita con percorso ad anello del sito archeologico etrusco per la particolare articolazione delle sue necropoli e per la sua imponenza. Questo è distribuito su tre altopiani, lambiti da almeno tre corsi d’acqua, altrettante alte forre e/o greppe. I torrenti o fossi che intersecano il Parco rappresentano (e rappresentavano) da sempre, vie di comunicazione ed orientamento, note e certe, per portarsi entro il luogo e transitare, senza pericolo di smarrirsi, tra la fitta vegetazione ed un groviglio di invitanti sentieri.

Gli etruschi che abitavano queste località, appartenevano ad un unico ceppo, stanziatosi sul luogo, identificato da Giuseppe Gargana, intorno agli anni "cinquanta" nell’antica "Marturanum". Nome ora ripreso nella denominazione dell’Ente Parco. Ma per alcuni resta dubbia tale identificazione e non manca chi ritiene trattarsi del centro di Cortuosa, che Livio cita, insieme a Contenebra, come avamposti tarquiniesi, conquistati dai Romani nel 338 a.C.. Luoghi tra i primi a far le spese della romanizzazione.

Ritengo che l’attribuzione di tale nome, da parte del Gargana, sia dovuto al ritrovamento, in loco, di un vaso etrusco “ex voto” che recava l’iscrizione: "Thuruche Larth Mantureie" ( Trad. Sono stato donato da Larth di Mantura). Non ci sono altri riferimenti che possano avvalorare o contrariare tale ipotesi. Più volte mi sono permesso di entrare in discussione su questo argomento, perché il dono fatto dall’etrusco Larth - rivolto ad una divinità di un santuario posto, forse nel luogo ove è ubicata la Chiesetta di San Giuliano, su Poggio Caiolo - al di là del gesto simbolico e valore dell’oggetto, intendeva ricordare nome e provenienza del donatore. Mantureie è il genitivo etrusco di Mantura, con significato di “proveniente da un luogo distante dal santuario”!  Nella mitologia etrusca Mantus (in etrusco Manth) e sua moglie Mania erano divinità dell'oltretomba. Mantus era associato alla città di Mantua  (in etrusco Manthva) l'odierna Mantova, come ricordato anche da Servio nel commentare l'Eneide di Virgilio.- Onde la mia supposizione che Larth poteva essere Mantovano, oppure abitante della vicina Monterano, perché pure il nome di questa località ricorda la divinità di Mantus.

 

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La rupe di tufo, intersecata dai tre corsi d’acqua (Verlungo - Chiusa Cima - Neme, orientata in direzione "est–ovest", fu già un insediamento stabile nel Villanoviano. Nel VI secolo a. C., (periodo arcaico) conobbe il suo massimo splendore, quando presumibilmente apparteneva ancora alla lucumonia Ceretana,.  A seguito del declino di Cere e dopo la conquista romana, il luogo giunse poi al suo completo abbandono. La storia non ci tramanda, come già detto, il suo nome. Ma i cospicui resti archeologici ed i reperti votivi, le centinaia di tombe - la cui variegata tipologia le fa attribuire ai periodi orientalizzante, arcaico ed ellenizzante, comprendenti cioè, l’intero arco storico di egemonia nel centro Italia del popolo etrusco - la dicono proprio lunga. Il luogo doveva essere un centro notevole. Le sue ricche emergenze parlano chiaro e preludono ad un luogo densamente abitato. Sicuramente partito come fiorente centro di pastorizia ed agricoltura, ma poi, grazie alla sua  strategica posizione, diviene fulcro commerciale tra le popolazioni tirreniche e quelle del medio e finale bacino del fiume Tevere. Grazie a questi presupposti, la classe emergente di "Marturanum" deve aver accumulato ingenti ricchezze. Alcune  tombe principesche: Tumulo Cima, del Tesoro, Tomba Rosi, Costa, del Cervo (1), della Regina, ne sono la riprova. Purtroppo, tombe così imponenti e innascondibili, non potevano non essere state profanate in varie epoche. Anche ad opera degli stessi etruschi nei momenti di decadenza delle primigenie famiglie proprietarie. Dai Romani per la ricerca dell’oro e dell’argento. Dai "tombaroli", infine per tutto ciò che rimaneva (vasellame fittile, bronzi, bassorilievi su tufo ed altro).

 

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La nostra passeggiata.

Area necropolare di Chiusa Cima, con la omonima tomba principesca a tumulo (attribuita alla seconda metà del VII secolo a.C.), il cui toponimo ricorda il corso d’acqua. Appartenente al periodo orientalizzante, presenta chiare similitudini ad analoghe e coeve tombe a tholos di Vetulonia e Cerveteri in Etruria, micenee ed anatoliche del Medioriente. Soprattutto, la sua architettura, denota la dipendenza del sito, in questo periodo, dalla lucumonia di Cerveteri (cfr. tombe della necropoli della Banditaccia). Il nostro enorme tumulo circolare (dal diametro di 25 metri), è stato ricavato in negativo nel banco di tufo. Esso è preceduto da una piattaforma da cui ergono 9 cippi, in forma di pilastrini quadrangolari terminanti a forma di piramide. Probabilmente su quei piastrini venivano adagiati i defunti entro letti di trasporto, dopo che il corteo funebre, dalle abitazioni di San Giuliano, raggiungeva l’area necropolare. Qui probabilmente si eseguivano riti religiosi pre-tumulazione. Il tumulo circolare presenta, oltre alla monumentale e primigenia tomba principesca con ingresso a settentrione, altre tombe più modeste, per le deposizioni della stessa famiglia, che per oltre un secolo ha ricavato lungo il perimetro. Gli interni presentano tutte un dromos di accesso e camere di sepoltura. Solo la tomba principesca dispone di un lungo corridoio, che raggiunge il centro del tumulo, ove è alloggiato un monumentale letto funebre, e delle celle laterali, prima del vestibolo. Il soffitto di quest’ultimo ambiente è una chiara imitazione di una copertura lignea delle abitazioni etrusche. Così che possiamo vedere come venivano costruite le case dai nostri progenitori, la cui base era incassata nella roccia, mentre l’alzato e le coperture venivano realizzate in legno. Singolare il vano che precede il vestibolo, che presenta una imitazione di copertura del soffitto delle capanne, in legno e frasche.

Scendiamo quindi il sentiero che porta a valle, costellato di tombe di un certo rilievo tra cui spiccano, la Gemini, la Costa e la Rosi. Si scende ancora in basso, ove è ricavata una piazzetta ai cui lati si presentano innumerevoli tombe dalle forme più disparate. Sono queste tutte opere rupestri comprese nel periodo compreso dal VI al V secolo a.C. (periodo arcaico).

Lasciata questa area necropolare, traversiamo un piccolo torrente per risalire, attraverso una comoda sterrata, il pianoro ove sorgeva l’antica città. Fondi di case o capanne etrusche e romane, ce ne sono, evidenti, nel primo tratto dell’altipiano. Dalla Soprintendenza apprendiamo, attraverso cartelli esplicativi, che il fossato, ove passiamo noi, è stato realizzato in epoca etrusca e che all’incirca, prima di scollinare sul piano, doveva esserci una porta urbica. Ove ora si scorgono accenni di mura etrusche e medievali. Il piano della città, portato in luce dagli scavi, presenta canali longitudinali di drenaggio e cisterne per la raccolta delle acque piovane, null’altro. Pressappoco al centro del pianoro è posta la chiesa di S. Giuliano, medievale, ricavata su un tempio etrusco. Risale forse al XII secolo. L’abside centrale era fiancheggiata da due minori, di cui resta solo quella di destra. La chiesa ha un aspetto gradevole, costruita in blocchi di tufo, elementi di abitazioni etrusche riutilizzati, colonne e frammenti architettonici di epoca romana. Ancora oggi viene utilizzata per alcune funzioni religiose. Sulla sua sinistra si può osservare una tomba etrusca adattata a bagno, con bella veduta sul fosso di Chiusa Cima.

Lasciato il pianoro di San Giuliano traversiamo il Fosso Varlungo per visitare le imponenti tombe del Cervo, della Regina ed il grazioso e singolare complesso tombale c.d. delle Palazzine. Entro una natura bella ed incontaminata ci dirigiamo verso l’area attrezzata di Poggio Caiolo, ove si intravedono ancora resti tombali anonimi, belli e suggestivi, ora più elevati rispetto al piano di calpestio, ora parzialmente interrati.

Sul pianoro, a conforto delle nostre fatiche, ci aspettano Vittorio e Valentina del “Punto Ristoro”, hanno già diligentemente preparato quanto opportunamente prenotato. Un antipasto, un piatto di pappardelle al cinghiale e dell’ottima carne grigliata.

Ora a stomaco pieno si parla e confabula meglio, ma decisamente si cammina con qualche maggiore incertezza! 

Dalla pittoresca area attrezzata di Poggio Caiolo, lasciandoci alle spalle il Tumulo della Cuccumella, percorrendo una strada etrusca, delimitata da due crepidini in legno, raggiungiamo l’estremità opposta dell’altopiano, ove, sul margine sinistro, sono state portate in luce alcune tombe interessanti. La più grande con dromos munito di gradini e camera funeraria, ove sono stati ricavati anche due letti di deposizione destinati ad accogliere bambini. Degna di nota è la decorazione del soffitto. Costituita da grossi travi intagliati nel tufo, ad imitare il tetto delle abitazioni etrusche, così come ritroveremo anche in altre tombe del sito. La nostra escursione va volgendo al termine.

Nella giornata viene esclusa la visita alla prossima Necropoli di Greppe Cenale, posta entro un bel bosco, ove miracolosamente ancora aleggia entro una tomba monumentale la memoria e lo spirito della nobile famiglia etrusca deiThansinas.

In seguito cercheremo di inserire anche tale Necropoli nel contesto delle nostre escursioni.

 

(1)

Posta sulla destra del fosso Varlungo la più emblematica emergenza del sito, la Tomba del Cervo. Raro e significativo esempio di arte rupestre ellenizzante. Posta lungo un ripido pendio. Si presenta a noi come un vero e proprio dado. Conserva ancora la gradinata laterale per accedere alla terrazza sovrastante, ed il dromos di sottofacciata per le deposizioni, mentre sulla parete destra si può ancora ammirare una singolare scultura in bassorilievo. E’ qui rappresentato un cervo dalle corna ramificate, forse inseguito da cacciatori, fronteggiato da un cane, che è riuscito a  bloccarlo in attesa che giunga l’uomo, e porti con le armi a compimento la battuta di caccia. E’ così che si può interpretare la piccola incisione rupestre, così come ritengo abbiano voluto tramandare autore e committente. Presumibilmente un principe cacciatore che ha voluto immortalare sulla sua tomba una scena di caccia. Il bassorilievo rappresenta ormai, ovunque, il simbolo del Parco. Ma se vogliamo che quell’immagine sopravviva ancora, dovremo proteggerla per tempo. Questo raro capolavoro su tufo è giunto sino ai giorni nostri, per ricordarci una selva, tutt’ora presente, ma un animale braccato, raggiunto dal suo abile inseguitore, così come una foto di tanti anni fa.

 

 

 

Vanì, 10-10-2017

 



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