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12/02/2017 - LUNI SUL MIGNONE - Visita del Parco archeologico



Informazioni sull'uscita

Data: 12/02/2017

Difficoltà:


Distanza in auto: 0 km (a/r)

Lunghezza percorso a piedi: 0 km

Note:

         

Luni – Tyrsenoi – Rasenna

                                                                             LUNI - LUNUM - RASENNA

Veglia al pallido raggio di luna la piena del fiume lambire sempre più la tua costa.

Non temere quel sordo fragore del flusso, ora quieto ora intenso, chè vita può dar ciò che vita dispensa.

Quel volo affrettato di uccelli che sconvolse ancor più le tue notti già insonni, d'altre tristi vicende è presago.

Va il nemico alla Selva Cimina, ed il picco tufaceo predar e gloriarsi di scempio delle misere spoglie mortal de' tuoi cari e di mirabili templi abbattuti.

E tu ramengo a vagar quella terra che un dì florida, pria che il popol sovrano varcò e il sorriso gentile tuo tolse, or giace sepolta e tumuli infranti tra cardi e tra spini, dal ricordo sempre più vago all’oblio...

Qual tristezza, passar tra le pietre scomposte e avvertire quel sordo richiamo di passati legami, di presenze propizie e quel vuoto profondo di radici recise, e'l pensiero rinnova ‘l dolore e l'eterno mistero del popol Tirreno.

Vanì, 1990

 

 



Documenti sul sito

Gruppo Trekking Tiburzi

Luni sul Mignone 12-02-2017

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le origini

 

Luni Sul Mignone

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Un’elevato sperone tufaceo, reso inaccessibile su tre lati dai Torrenti Canino, Vesca e Mignone, legato per un lembo di roccia ad un retrostante pianoro ed alle colline circostanti, non poteva passare inosservato ai nostri Padri Etruschi per erigervi il loro “nido”. Ma già, ancor prima di loro, il luogo venne eletto a propria dimora da popolazioni preistoriche/appenniniche, quest’ultime quale terminale della loro lunga periodica ed incessante transumanza “est-ovest-est”.

Non ci è dato modo di sapere, se si esclude una certa autoctonia delle popolazioni locali, quale potrebbe esser stato il legante che riunì, pacificamente, intorno al mille a.C., genti appenniniche a mediorientali, dando origine ad un unico popolo, quello etrusco.

Proprio qui in Etruria meridionale più che in ogni altro luogo, appare evidente una più complessa commistione di razze e popoli negli ultimi millenni avanti Cristo. Oltre ad una significativa presenza di popolazioni appenniniche si registrano immigrazioni generalizzate provenienti dalla Lidia (Turchia), da Agilla (Grecia) a Cere, dalla Tunisia e dal Libano (Cartaginesi e Punici) a Pirgy ed a Gravisca, dal Peloponneso Greci a Falerii Veteres (Halesus figlio di Agamennone ha dato il nome a Falerii), da Troia a Roma ed a nord di Roma (Enea). Determinare l’origine del popolo etrusco nella nostra Etruria diventa complesso, mentre conosciamo tra storia e leggenda le varie etnie delle genti che formeranno quel popolo.

Luni, prima di divenire avamposto tarquiniese sul Fiume Mignone, è frequentato da genti appenniniche che, nel pieno dell’era del bronzo si spostano nel luogo per svernare con il loro bestiame, erigono le caratteristiche “capanne” di legno e paglia fissando pali nella roccia!

Ma la scoperta del bacino minerario sui prossimi monti della Tolfa attirano nel luogo popolazioni turche (tirreni), greche e puniche (un po’ come la corsa all’oro americana). Questo avviene, presumibilmente tra la fine del 2° millennio (era del bronzo) e l’inizio del 1° millennio a.C..

Questa caratteristica vedrà rifiorire intorno al bacino del Mignone tutta quella serie di piccoli centri agricoli (Campi di Minione), che passeranno, a piedi pari, ad un’economia “industriale”. L’esportazione del prezioso minerale di ferro (marcasite) e di altri presenti sui Monti Tolfetani avverrà sotto l’egemonia di Tarquinia e/o Cere.

Ma secoli dopo sarà proprio Luni,  alla fine del IV secolo a.C., uno degli ultimi baluardi tarquiniesi a cadere nelle mani dei conquistatori romani, malgrado imponenti opere di difesa attuate sul territorio.

 Dalla monumentale “Storia di Roma” di Tito Livio, apprendiamo gli ultimi giorni del nostro Centro! Posto che siano esatte le mie supposizioni, di identificare Contenebra con Luni e Cortuosa con San Giovenale, i due centri etruschi tarquiniesi conquistati dai romani nel periodo in questione!

 

(Tito Livio, "Ab Urbe Condita", VI, 4.)

O M I S S I S

Oppida Etruscorum Cortuosa et Contenebra vi capta sunt. Ad cortuosam nullum certamen fuit: improviso Romani oppugnaverunt primaque oppugnatione ceperunt; direptum oppidum atque incensum est. Contenebra paulo oppugnationem sustinuit; laborque continuus, nec die nec nocte remissus, subegit eos. Nam milites Romani, in sex partes divisi, senis horis in orbem succedebant proelio; contra paucitas oppidanos continuo semper certamini fessos obicidiebat: tandem cessere locusque invadendi urbem Romanis datus est.


Le città degli Etruschi di Cortuosa e Contenebra furono prese con la forza. A Cortuosa non vi fu battaglia: i Romani attaccarono all’improvviso e al primo assalto la conquistarono; la città fu saccheggiata e incendiata. Contenebra resse l’assedio per un po’; ma la fatica continua, non allentata né di giorno né di notte, li vinse. Infatti i Romani, divisi in sei parti, si susseguivano nel combattimento in città ogni sei ore; al contrario la scarsezza dei cittadini obbligava sempre gli stessi uomini stremati a combattere ininterrottamente: alla fine cedettero e il luogo fu dato ai Romani che invasero la città.

 

 

O M I S S I S

 Mi rammarico che le Comunità locali abbiano affidato ad incapaci il taglio del bosco di Luni. Lungo i pendii, centinaia di massi tufacei non più retti dalle radici degli alberi recisi precipiteranno a valle. L’effetto deleterio si è già manifestato con l’interruzione di alcuni sentieri di discesa, scomparsi perché sopraffatti dalle rocce in caduta, mentre il Fontanile del Canalicchio ha cessato di erogare acqua dopo millenni e millenni!

 

 

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Il Centro, come è noto,  prima del 1960, parzialmente sconosciuto, venne indagato scientificamente dall’Istituto Svedese di Studi Classici a Roma. Una serie di scavi sistematici (tasti), operati in senso longitudinale, hanno consentito di trarre in luce una buona parte delle emergenze archeologiche e comprendere tutte le “vite” di Luni, rivelando aspetti storici di straordinaria importanza. Fu qui infatti notata la presenza di elementi importanti, a cominciare dalla porta (etrusca), per così dire, orientale, ingresso di questo meraviglioso paese, e la tagliata di accesso ove, lungo i suoi margini, si intravedono cospicui resti di tratti di muraglione di protezione (etrusco), elevato o ricavato per fortificare il punto più accessibile della costa, che lì poco si eleva dalle sponde del Torrente “Vesca”.

Sulla destra del sentiero di discesa, opposto ai tratti del muraglione, scarsi resti di un castello alto medievale, posto a fortificazione dell’altopiano.

Sul margine settentrionale, resti di fondi capanne dell’età del ferro, di un altro muraglione di difesa con annessa porta etrusca (tali emergenze risultano ora quasi totalmente invisibili, ricoperte dalla vegetazione).

Nella parte elevata, su Monte Fornicchio (o tre Erici), resti di fondi di grandi capanne appenniniche (età del bronzo), desumibili dalle cavità scavate per l’inserimento dei pali di sostegno. Sotto queste, scendendo un piccolo sentiero, alcune abitazioni (etrusche?) ricavate in negativo nei cospicui massi tufacei. Una di queste, posta su due piani, presenta ancora la relativa scala interna di collegamento.

Continuando il sentiero, in direzione ovest, verso l’abitato etrusco di Luni, si incontra, sempre alle pendici di Monte Fornicchio, una singolare capanna entro cui, sul pavimento sono state scavate, radialmente, tredici canalette. Era questa una sala di riunione, ove entro ciascuno spazio ricavato tra una canaletta e l’altra, prendeva posto un rappresentante della dodecapoli del popolo etrusco?

Più avanti troviamo una tagliata, modesta strada di accesso verso l’Acropoli. Dopo questa, sulla sinistra, si intravedono resti di emergenze etrusche mal conservate, forse un tempio, forse una tomba principesca.

Il cammino ora ci porta verso tre singolari capanne, dal fondo rettangolare, del periodo appenninico. Quella più ampia, presenta la dimensione di metri 42 x 4, ripartita in varie sezioni, ciascuna delle quali destinata ad una famiglia diversa. Sono queste realizzazioni che anticipano, ante litteram, le abitazioni multiple, i condominii, e rappresentano una innovazione per quella civiltà.

Procedendo invece verso il margine sinistro dell’Acropoli, si può scendere fino a raggiungere una terrazza, da cui si gode una prepotente vista sul Mignone. In questa parte alta del colle gli etruschi, temendo un imminente assedio dei Romani, nel IV sec a.C., avevano concentrato l’intero paese, isolando questo tratto, dal resto del loro territorio disponibile, realizzando un profondo fossato artificiale.

Non ci resta ora che visitare l’ultimo tratto, forse il più bello, significativo ed emblematico, di Luni.

La casa del Ras e la Chiesa rupestre.

All’estremità ovest del pianoro, è posta una capanna della fine dell’XI ed inizio X secolo a C., scavata nel tufo, della dimensione di c.a. mt. 18,50 x 9 x 6,30 metri di altezza, elevata su due piani, rivestiti da tavolato, presumibilmente utilizzata dal Capo villaggio (Età del ferro). Nel corso degli scavi si comprese che questa fu risultò, nel corso degli scavi, distrutta da un incendio. Fu così che venne realizzato un ambiente esterno adiacente alla capanna da destinare a focolaio. A fianco di queste strutture, un tempio etrusco fu adibito, in epoca paleocristiana (VI – VII sec d.C.), a piccola chiesa rupestre. Il luogo mostrò, fin dai primi scavi, una area cimiteriale, tra cui anche un tofet (luogo di sepoltura per bambini).

Vi è poi la rupe terminale, da cui si gode un’immagine suggestiva sul fiume Mignone e sul noto “Ponte di ferro”, eretto per il passaggio della linea ferroviaria Civitavecchia–Orte (1928) e recentemente restaurato.

L’opera, realizzata quando tutto si poteva …, piuttosto discutibile e deprecabile, ha sancito, con il taglio del tratto di rupe, lo scollegamento dell’Acropoli dalla sua necropoli.

Sotto poi, a metà della rupe, una scala di ferro, permette, con non poche vertigini, di discendere al piano, mentre qua e là si intravedono tracce di vestigia etrusche e romane.

Sulla sinistra si intravede ancora la fatiscente e fantomatica stazioncina di Monte Romano e le altre infrastrutture ferroviarie, quasi invisibili.

 

 

LA LINEA FERROVIARIA CIVITAVECCHIA – ORTE

Già fin dal 1870 a qualcuno venne l’idea di costruire una tratta ferroviaria che collegasse i porti di Civitavecchia e di Ancona per creare presupposti di insediamenti industriali nel Centro Italia, piuttosto depresso. Le acciaierie di Terni, entrate funzione da quell’anno, si rifornivano di materiali ferrosi dalla ex Unione Sovietica che, pretendeva di attraccare le proprie navi soltanto nei due porti, con particolare predilezione per lo scalo civitavecchiese.

Doveva comunque passare circa mezzo secolo prima che maturassero i tempi politici (NdR: lunghe disquisizioni su quale dei 4 proposti tracciati fosse il migliore! Evidentemente la direttrice tirreno-adriatico è invisa a Qualcuno se anche la E65 è da 40 anni che deve essere completata e la ferrovia non c'è più!) e si vedesse realizzata quella linea ferroviaria, lunga ben 78 chilometri ma con capolinea Orte/Scalo e non Ancona come auspicato. Nel 1928 venne fatto il primo viaggio inaugurale. I treni erano trainati da locomotive a vapore. I macchinisti caricavano, con la pala, il carbone entro gli arroventati forni che portando in ebollizione l’acqua, creavano vapore acqueo ad alta pressione entro le caldaie. Il flusso di vapore veniva inviato verso enormi pistoni, da questi il movimento giungeva alle bielle e poi infine sulle ruote. Ma solo il 28/10/1928 la linea venne regolarmente aperta al traffico merci e passeggeri 1^, 2^ e 3^ classe, con una “littorina” Breda a nafta. E val la pena di elencare tutte le località della Tuscia raggiunte dalla nuova opera, ove i comprensori, contavano di uscire da secolari isolamenti, riponendo nella tratta ferroviaria realizzata, molte speranze sul loro futuro economico.

STAZIONI SULLA LINEA CIVITAVECCHIA-ORTE: Civitavecchia - Aurelia (per Lo stabilimento industriale SPCN) – Allumiere - Monteromano (Luni sul Mignone) - Civitella Cesi – Bieda – Bandita di Barbarano – Barbarano Romano – Capranica – Ronciglione – Caprarola – Fabbrica di Roma – Valleranno – Gallese – Castel Bagnolo – Orte.

Nel 1935, venne soppressa la prima classe, per mancanza di richieste. Nel 1936 vennero poste sulla tratta le littorine Breda a nafta, risultate subito idonee per l’esercizio. Durante il periodo bellico la ferrovia continua a svolgere la sua funzione ma gli alleati, per precludere una linea di fuga ai tedeschi, bombardarono il ponte sul Fiume Mignone, nei pressi della Stazione di Monteromano (sic). Nel dopo guerra, ripristinata la linea, viene soppressa anche la seconda classe per mancanza di viaggiatori. Nel 1963, venne soppressa la linea ferroviaria, tranne che per qualche traffico locale.

Ma c’è chi su quel treno ha viaggiato traversando una delle regioni più suggestive d’Italia, tra forre inusitate, boschi di fiorite ginestre, forteti di bianco spino, entro balze continuamente mosse, isolate da corsi d’acqua irregolari ed estemporanei. Ovunque domi vulcanici e dietro, paesini di tufo, autentici presepi di architettura medievale. C’era chi andava e veniva per autentico piacere, chi per lavoro visitava fiere o chi intraprendeva un viaggio di un paio d’ore, per ritrovare parenti etruschi del viterbese, “rimasti” in paese perché indissolubilmente legati alle proprie radici. Ma la loro caparbietà, l’attaccamento alla loro terra farà sopravvivere quei piccoli centri. Alla sera, si tornava a casa sempre con un piccolo “pensiero” di paese: “un canestro foderato di foglie di fico pieno di nocchie, di nespole aspre, di dolcissima uva dal grappolo fitto di acini tondi, a ricoprire tutto smelati fichi brogiotti oltre all’immancabile fiasco di profumato mosto color rubino.

Vanì 12-02-2017

          


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