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13/03/2016 - DALLA GROTTA PORCINA AL TEMPIO DI DEMETRA



Informazioni sull'uscita

Data: 13/03/2016

Difficoltà:


Distanza in auto: 0 km (a/r)

Lunghezza percorso a piedi: 0 km

Note:

         

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Documenti sul sito

GRUPPO TREKKING TIBURZI

Dalla Grotta Porcina al Tempietto di Demetra

13 Marzo 2016

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Non tanto “facilmente” … raggiungiamo il minuscolo ed enigmatico insediamento rupestre  meglio conosciuto col nome di “Grotta Porcina”. Dopo un percorso piuttosto pianeggiante entriamo in una vallata a ridosso del Torrente Grignano, territorio Monteromano-Vetralla-Villa San Giovanni in Tuscia, ove nei pressi, “transitava” l’antica Via Clodia proveniente dal suburbio Blerano, con toccata e fuga nella sua singolare Necropoli.

 E’ intorno a questa Via Etrusca - che assurse a rango di Consolare romana al tempo dei suoi migliori fasti, prima di sprofondare nel completo oblio - che fiorirono numerosi, piccoli e graziosi centri etruschi. Sorgevano disseminati attorno a corsi d’acqua e diramazioni viarie, eretti in luoghi ameni ove venivano riscontrate certe caratteristiche che strizzavano l’occhio a condizioni favorevoli allo sviluppo delle attività economiche, agricoltura, allevamento bestiame, sfruttamento di risorse minerarie. Il presupposto della vita!

Con l’abbandono poi (ormai bimillenario) della Via Clodia e delle sue complesse diramazioni, le abitazioni etrusche scomparvero alla vista nel giro di un centinaio di anni. Sommerse ed inglobate dalla incombente macchia mediterranea, data la loro semplice realizzazione. Un pavimento di argilla e ghiaia di fiume pressate, con un cordolo in pietra per delimitarne il perimetro, un alzato ligneo di pali e frasche che fungeva da copertura, era sufficiente per la popolazione, ma forse la classe emergente esigeva qualcosa di più!

Le altre strutture funzionali dei centri, ricavate su (o con roccia), sono invece rimaste a memoria, uniche balenanti pietre miliari del passato. Necropoli, tagliate, selciatelle, tratti di basolato stradale superstite, templi. Perfino suggestivi tratturi o sentieri lungo i corsi d’acqua, sono ancora visibili per il perenne calpestio degli uomini e delle loro bestie, mentre fino a qualche tempo fa era ancora possibile osservare, in diretta dal monto etrusco, ponticelli in legno sui fiumi, sorretti in equilibrio da cordami o fili di ferro agganciati agli alberi, poggianti su grossi pali posti sulle rive! (Ved. Foto 1)

Dobbiamo fare un vanto agli studiosi del tempo passato, che riuscirono a capire e ad attribuire queste emergenze ad un glorioso popolo antico, poi inglobato nell’impero romano!

E pensare che i nostri butteri, ignari, lanciavano i cosi detti “coccetti” - ceramica con pittura vascolare raccattata da stipi votive delle tombe etrusche che rinvenivano nei loro campi - ai buoi, con frasi di incitamento “heehh..  hoohh…”, per spingere le bestie, aggiogate all’aratro, a “tranare” con più determinazione il ferro entro il duro maggese.  Nel comune e volgare immaginario collettivo del colono, quella ceramica non era altro che il frutto dell’insignificante lavoro di artigiani  appartenenti ad un prossimo passato, quindi di scarso valore.

 

Soltanto delle dodici lucumonie etrusche si conosceva nome ed ubicazione, salvo qualche  eccezione, mentre la maggior parte degli altri “mille” centri della nostra vasta provincia etrusca risulta anonima o, se la storia ci ha tramandato il nome di qualcuno, questo non  risulta con certezza localizzato.

 

LA GROTTA PORCINA.

La “Grotta” consiste in una bella tomba gentilizia “tufacea” del VI secolo a.C. (orientalizzante), di grandi dimensioni, composta di più ambienti, i diversi utilizzi nel tempo, hanno cancellato i loro tratti più significativi per cui risulta difficile ogni interpretazione attraverso lo studio delle strutture superstiti. Le “camere” presentano soffitti “cassettonati”, mentre in una di queste è presente una cisterna (o pozzo) per la raccolta delle acque. Il loro tetto è collegato da un ponte che consentiva l’accesso al coronamento superiore per le cerimonie funebri.

                Sulla destra del sentiero si incontra una piccola necropoli rupestre anch’essa in cattivo stato di conservazione, lo stesso dicasi di una struttura posta poco più avanti, composta da un tamburo circolare (altare?) di 5 metri  di diametro ed alto c.a. 2 metri cinto da gradinate  realizzate a ferro di cavallo, il tutto direttamente nel banco di tufo. L’altare presentava, scolpite tutto intorno in basso rilievo, immagini floreali, di felini, bovini e cavalli, ormai quasi illegibili.  Tempio o teatro (od entrambe le funzioni) appare evidente quale luogo utilizzato per funzioni sacre o sceniche. Mentre poco più avanti, verso il corso del Grignano, è posto un tempietto di cui é stato trovato un deposito votivo.

                Questo è quanto dicono del “complesso” archeologico i testi storici al riguardo. Diversa la mia idea! A prescindere che una quarantina di anni fa, prima di conoscere il luogo, immaginavo la “Grotta” come l’antro della Maga Circe ove gli uomini di Ulisse furono trasformati in Porci. Ma, con il passare del tempo ampliando le conoscenze di altri luoghi prossimi, abbandonati i miei “sogni” Omerici, ho pensato a tutt’altre funzioni dei complessi come questi e di altri ad esso simili.

                La Via Clodia che transitava nei pressi, si biforcava poco più avanti. La principale diramazione (Via Clodia vera e propria) portava verso Norchia e Tuscania, L’altra si dirigeva verso Castel’Asso, Viterbo ed Orvieto. Queste strade venivano transitate da numerose persone in entrambi i sensi di marcia, dovevano pur esistere luoghi ove questi viandanti potevano rifocillarsi o magari sostare per passare la notte.  Le enormi camere della “Grotta” Porcina, sono simili a quelle del Casale della Porcareccia (posto più avanti in direzione di Tuscania). Queste ultime sono molto più imponenti e profonde ma presentano una strana somiglianza con quelle della “Porcina”. Le pareti di queste profonde camere presentano segni e numerazioni come se, nel passato, fosse stata realizzata tutta una serie di piccoli ambienti, posti in sequenza sui due lati maggiori, con un lungo corridoio centrale.

Potevano ospitare, queste camerette, viandanti per la notte ed allora tutto il complesso della “Porcina” può essere letto in una maniera completamente diversa. Era questa un piccolo centro, posto su una via di intenso traffico, che accoglieva ed ospitava i viandanti. Il piccolo tempio veniva utilizzato per le sacre funzioni, mentre quel “tamburo circolare” con gradinate, fungeva da teatro per intrattenere i viandanti con rappresentazioni sceniche. La piccola necropoli serviva per le sepolture dei residenti.

 

TEMPIO DI DEMETRA

Dopo aver percorso un bel sentiero, e superato il Monte Panese, il Gruppo giunge finalmente avanti ciò che resta del complesso dedicato alla divinità dell’etrusca Vei (ved. Foto 2).

Il monumento, formato da enormi monoliti in peperino, presentava il tempietto entro un ambiente scavato in negativo nella roccia. Un’ampia terrazza accessibile ai visitatori attraverso una scala in pietra e, poco discosta, una fonte d’acqua (Fonte Asciutta) per la sacre funzioni della divinità

L’enorme terrazza, formata almeno da due enormi monoliti con parapetto, è scivolata in basso sul retro, mentre una parte cospicua della scala di accesso é rimasta in loco. Tutto il complesso, scaricato dal soverchiante peso soprastante, si è flesso sulla parte anteriore e le enormi rocce strutturali sono scivolate in basso chiudendo parzialmente l’accesso al tempio. Questo, salvo per miracolo da una sicura frantumazione, perché fatalmente un enorme sperone di peperino affiorante dal terreno ha bloccato lo scivolamento delle rocce, è rimasto sepolto per oltre 2000 anni finché …, fiutato dal naso dei tombaroli che, per nostra fortuna, sono stati anticipati dall’intervento dei nostri Carabinieri.

Nel tempio si venerava l’etrusca Vei, dea della fertilità, che si identifica con la greca Dèmetra  e la Cerere romana.

Il tempio Costruito, intorno al IV secolo a.C., presumibilmente è stato abbandonato nel II secolo d.C. per motivi non noti.

Prossima una fonte miracolosa (La Fonte Asciutta) che risanava dalle malattie e risolveva problemi di sterilità alle donne. Ma questa sorgente non ha mai garantito un regolare flusso d’acqua nel corso dell’anno, onde il nome.

La molteplicità degli ex-voto, rinvenuti nei depositi del tempio, lascia intendere che alla divinità erano attribuite qualità che esorbitavano quelle peculiari attribuite in Grecia ed in Roma alla dea Démetra-Cerere:  parti anatomiche che si volevano far guarire per intercessione “divina” (uteri, teste, piedi, gambe umani); e quando si chiedeva di miracolare piccoli sofferenti, venuti al mondo con problemi, statuette di bambini; piattelli, che venivano utilizzati per raccogliere le pubbliche offerte, che i membri della comunità religiosa porgevano ai convenuti durante le cerimonie, tale e quale a quanto avviene al momento dell’offertorio nelle nostre chiese. Gli ex voto che venivano donati al tempio, rimanevano esposti per un certo periodo di tempo negli ambienti sacri e poi “riciclati”, mentre le monete compensavano per l’intervento “sacro”.

           

 Per visitare il tempietto, piccola costruzione in pietra, occorre addentrarsi entro una piccola cavità tra due immense anguste rocce che si sorreggono l’una con l’altra, così poste da uno o più sconvolgimenti tellurici.

 

IMMAGINE RINVENUTA NEL TEMPIO

La statuetta in terracotta di Démetra rinvenuta si presenta secondo le sue più note immagini iconografiche del bacino mediterraneo, seduta nelle mani una patera ed un fascio di spighe.

 

Cosa dice una delle tante mitologie greche.

Ades rapì la figlia di Démetra; gliel’aveva data Zeus all’insaputa della madre. La fanciulla stava giocando con le figlie di Oceano sui prati lussureggianti e coglieva i fiori, rose e crochi, violette, iris e giacinti. Stava per cogliere il narciso che la dea Gea con astuzia aveva fatto spuntare per amor del dio degli inferi per tentare la fanciulla dal volto di bocciolo: una splendida meraviglia.

Tutti, dei ed uomini stupirono nel vedere quella pianta. Cento fiori spuntavano dalla sua radice, un dolce profumo si spandeva per l’aria, il cielo, la terra e l’acqua salsa ridevano. Lei fanciulla stupita stese ambo le mani verso quel fiore come verso un giocattolo od un tesoro. Allora la terra si spalancò, si aprì una voragine sul campo Niseo; il signore degli inferi, figlio di Crono, il dio dai molti nomi, ne balzò fuori con i suoi cavalli immortali. Egli prese la fanciulla riluttante e piangente sul suo carro dorato e la rapì…

Con  voce tremante essa chiamò il padre, il figlio di Crono, supremo sovrano. Né un dio, né un uomo sentì la sua voce e nemmeno un ulivo si mosse. Solo la tenera figlia di Perseo, la dea dal fulgido diadema, Ecate, dalla sua grotta udì il grido e lo udì Ilio, magnifico figlio di Iperione. Il padre stava lontano dagli dei, nel suo tempio frequentato da molti uomini e accoglieva i sacrifici. La figlia veniva rapita dallo zio, il dio dai molti nomi, figlio di Crono che comanda a molti e riceve molti ospiti, proprio per istigazione del padre.

 Fino a che vide la terra e il cielo stellato, il mare ed il sole, la dea sperò di rivedere sua madre e gli dei eterni, fino ad allora essa nutrì  speranza al suo dolore. Le cime come dei monti e gli abissi riecheggiavano del suono della sua voce immortale. La grande dea madre la sentì. Un acuto dolore le trafisse il cuore, strappò l’ornamento dei suoi capelli immortali, levò dalle spalle la veste oscura e volò, come un uccello, sopra la terra e le acque, alla ricerca della figlia.

Nessuno voleva dirle la verità, né un dio né un uomo. Nessun uccello le volò intorno per darle qualche indicazione. Per nove giorni la sovrana Démetra errò per la terra, con due fiaccole accese nelle mani. Nel suo dolore non toccò né ambrosia, né nettare, né bagnò il suo corpo con l’acqua. Soltanto al terzo mattino incontrò Ecate, portatrice come lei di fiaccole, che le diede la notizia.

Senza una parola, la figlia di Rea si mosse insieme a lei con le sue fiaccole accese in mano, verso Elio, investigatore degli dei e degli uomini. Si fermarono dinanzi ai suoi destrieri. La grande dea gli chiese di sua figlia e del rapitore della fanciulla. Il figlio di Iperione le rispose:

“Figlia di Rea, Démetra, ora lo apprenderai. Ho venerazione per te e compassione del tuo dolore per la perdita della fanciulla dalle belle caviglie. Nessun altro degli immortali ne è colpevole, se non Zeus che la diede in sposa a suo fratello Ades. Questi la trasse con violenza nel suo carro e la portò nel regno dell’oscurità, senza curarsi del suo disperato pianto. Ma tu, dea, cessa di lamentarti. E’ inutile nutrire un’ira così inestinguibile in tuo fratello Ades, tu non hai acquistato un genero indegno, tra gli dei egli è onorato da un terzo dell’universo,  da quando questo è stato diviso, e, dove dimora, egli è re!

Così disse Elio e spronò i suoi destrieri. Essi obbedirono alla sua voce e veloci come uccelli, tirarono il carro. La dea fu assalita da un dolore ancora più tremendo, lancinante. Nella sua ira contro Zeus, essa abbandonò la riunione degli dei dell’Olimpo, scese tra gli uomini e andò a vedere le loro città e le loro opere. Deformò la propria figura di modo che nessuno, né uomo, né donna, la riconoscesse, prima  che ella fosse arrivata nel palazzo dell’astuto Celeo, che era allora il re di Eleusi, città profumata di sacrifici. Sedette sull’orlo della strada, immersa nel dolore del suo cuore, presso la fontana delle vergini, dalla quale i cittadini attingevano l’acqua. Colà rimase seduta all’ombra di un ulivo. Aveva l’aspetto di una vecchia non più capace di partorire, né di partecipare ai doni della dea dell’amore.

Démetra, lontana dagli dei beati, rimpiangendo sua figlia, mandò un’annata terribile sulla terra nutrice, un’annata da cani. La terra non fece germogliare alcun seme.  La dea fece restare tutto sepolto nel suolo. Inutilmente i buoi tiravano gli aratri nei campi, inutilmente l’orzo bianco cadeva nella terra. Essa avrebbe distrutto tutto il genere umano con una terribile carestia, gli olimpici non avrebbero avuto più venerazione e sacrifici, se Zeus non avesse pensato qualche cosa di buono. Anzitutto egli mandò Iris, l’amabile dea dalle ali d’oro, a richiamare Démetra. Iris obbedì e si recò ad Eleusi in fretta. Trovò Démetra nel tempio avvolta in una veste scura e la scongiurò inutilmente: la dea non cedette. Il padre mandò da lei tutti gli dei beati, essi andarono uno dopo l’altro a richiamare Démetra, portandole splendidi regali; ma nessuno riuscì a convincere l’adirata a desistere dalla sua decisione. Essa non voleva rientrare nel palazzo profumato dell’Olimpo. La terra non doveva dar frutti prima che essa avesse riveduto sua figlia.

Avendo sentito questo, Zeus, inviò Ermes, il dio dalla verga d’oro, nel buio degli inferi, affinché persuadesse Ades e conducesse Persefone dall’oscurità alla luce, presso gli dei, di modo che la madre la rivedesse e cessasse dalla sua ira. Ermes obbedì e discese dalla sede olimpica nelle profondità sotterranee. Trovò il padrone del palazzo nella sua casa. Egli sedeva nel suo giaciglio insieme alla sua pudica sposa, che in profondo dolore sospirava per la madre. Ermes si fermò davanti a loro e informò Ades, signore dei morti, dio dai riccioli oscuri, della ragione della sua visita. Le ciglia di Ades accennarono ad un sorriso. Egli obbedì a Zeus e parlò subito alla sposa:

“Va’,  Persefone, a raggiungere tua madre, dea dalla veste oscura, va’ con cuore sereno e non essere più così eccessivamente triste. Non sarò per te un marito indegno tra gli immortali; in fondo sono fratello di sangue di tuo padre Zeus. Tu regnerai, anche se sei qui, su tutti gli esseri viventi e avrai il massimo onore tra gli dei. Chi ti offenderà e non presenterà un sacrificio espiatorio, sconterà pene eterne. Così parlò”

Persefone rasserenata balzò in piedi, ma lo sposo le diede da mangiare, porgendo da dietro per non essere visto, un seme di melograno dolce come il miele, affinché essa non restasse per sempre presso Démetra. Egli attaccò gli immortali destrieri al suo cocchio dorato. La dea vi salì sopra, Ermes con le redini e la frusta in mano incitò la pariglia a uscire dal palazzo, I destrieri volarono volentieri e superarono rapidamente la grande distanza. Né mare, né fiume né precipizi o rocce impedirono il loro passaggio, essi attraversarono l’aria. Ermes li fermo dove Démetra stava davanti al suo tempio profumato. Questa nel vedere la figlia, balzò in piedi come una baccante nella montagna. Persefone dal canto suo, lasciando il carro, le corse incontro. Mentre si abbracciarono, Démetra chiese alla figlia, se presso Ades, avesse preso qualche alimento, poiché in questo caso essa avrebbe dovuto passare un terzo di ogni anno sotto la terra e per due terzi sarebbe potuta rimanere presso sua madre e gli altri immortali, ritornando tra di loro in primavera.

Démetra si capacitò per lo stato delle cose e lasciò che sulla terra spuntassero i frutti dei campi pieni di zolle. L’ampia terra si coprì di una pesante massa di erbe e di fiori. La dea però si recò dal re degli Eleusi e mostrò i sacri riti eleusini, iniziando gli uomini in quel culto segreto che non è permesso tradire, né ascoltare, né raccontare: la grande venerazione degli dei ne impedisce la voce.

I Sacri Riti misterici Eleusini (Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.)

I misteri eleusini erano riti religiosi misterici che si celebravano ogni anno nel santuario di Démetra nell’antica città greca di Eleusi.

I riti eleusini erano antichissimi, si svolgevano già prima dell’invasione ellenica (periodo miceneo, circa 1600-1100 a.C.). Secondo alcuni studiosi il culto di Demetra fu fondato nel 1550 a.C. Quando, nel VII secolo a.C., Eleusi diventò parte dello Stato ateniese, i riti si estesero a tutta la Grecia antica e alle sue colonie. Ebbero larga diffusione anche a Roma e perfino Cicerone e l’imperatore Adriano e l’imperatore Gallieno vi presero parte.

I misteri rappresentavano il mito del ratto di Persefone, strappata alla madre Demetra dal re degli Inferi, Ade, in un ciclo di tre fasi, la "discesa" (la perdita), la "ricerca" e l'ascesa, dove il tema principale era la "ricerca" di Persefone e il suo ricongiungimento con la madre.

Il rito era diviso in due parti: la prima, piccoli misteri, era una specie di purificazione che si svolgeva in primavera, la seconda, grandi misteri, era un momento consacratorio e si svolgeva in autunno. La cerimonia voleva rappresentare il riposo e il risveglio perenne della vita delle campagne.

I riti erano in parte dedicati anche alla figlia di Demetra, Persefone, poiché l’alternarsi delle stagioni ricordava l’alternarsi dei periodi che Persefone trascorreva sulla terra e nell’Ade. I riti, le cerimonie e le credenze erano tenute segrete. Gli iniziati credevano che avrebbero ricevuto la giusta ricompensa dopo la morte. I vari aspetti dei Misteri sono rappresentati su molti dipinti e ceramiche. Poiché i Misteri comprendevano visioni e invocazioni a una vita oltre la morte, alcuni studiosi ritengono che il potere e la longevità dei Misteri Eleusini derivasse da agenti psichedelici.

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            Terminata la visita al sacro tempio di Démetra, ci dirigiamo verso il paesino di Villa San Giovanni in Tuscia per poi ritornare verso il parcheggio delle vetture, percorrendo la “strada romana”.

 

 

Vanì 13 Marzo 2016

          


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