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09/10/2016 - CALA GALERA - DUNA FENIGLIA - ARGENTARIO



Informazioni sull'uscita

Data: 09/10/2016

Difficoltà:


Distanza in auto: 0 km (a/r)

Lunghezza percorso a piedi: 0 km

Note:

         

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Documenti sul sito

GRUPPO TREKKING TIBURZI

DOMENICA  9 OTTOBRE 2016

…… CALA GALERA – I FORTI DI FILIPPO II, DI SANTA CATERINA E DELLA TORRE DEL MULINACCIO,  GLI ULTIMI GIORNI DI MICHELANGELO MERISI “IL CARAVAGGIO” - LA VETTA DELL’ARGENTARIO CON PANORAMI SULLA LAGUNA E SU GIGLIO PORTO OVE.

 

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Nella bella giornata dedicata al Parco dell’Argentario, dal colorito golfo di Cala Galera, raggiungiamo il culmine del colle posto a fianco, ove pensiamo si possa godere, dall’alto, la vista di un bel mare blu.

 

La realtà non tradisce le aspettative già dalla risalita dei primi tornanti…

Una delicata brezza boreale sospinge lievi e pacate onde a frangersi sulla lunga battigia della  Feniglia, l’arco ad ampio sesto del Tombolo accarezzato dolcemente dal mare, è intriso di spuma salmastra.

Più in là, pallida, avvolta da bruma, evanescente, appena si intravede Cosa,  “la romana”, un dì, parte del vasto territorio vulcente.

Di fianco v’é Ansedonia dalle innumerevoli ville punteggianti la verde collina, ove l’uomo si illude di condividere spazi con la natura mediterranea. A seguire le torri:  San Pancrazio, San Biagio e della Tagliata (Torre Puccini), ove l’insigne compositore realizzò parte della Turandot, nei profondi e fecondi silenzi del primo novecento, scanditi da dolci e monotoni rollii delle onde del mare sulla costa sospinte di Borea.

 Puccini venne particolarmente ispirato nella Torre di Ansedonia, luogo non dissimile dalla sua abitazione posta sul pittoresco lago di Massacciuccoli.

  Sull’estrema destra si intravedono i Monti Maggiore e Bellino e poi gli stagnoni di Burano. Sfumate le lontane piagge laziali.

                La nostra oggi è un’uscita di tutto rispetto, e ce ne rendiamo conto, preceduti dal lontano ed incessante cammino di  arte e storia. Nel primo tratto della Feniglia approdò un dì Michelangelo Merisi, per esalare poco dopo l’ultimo respiro. 

Qui il Caravaggio giunse, sembra, in preda ad alta febbre da infezioni intestinali, dopo un lungo viaggio su una feluca, che dal porto di Napoli lo ha portato fin lì. Fu affidato immediatamente alle cure della locale confraternita che, il 18 luglio 1610, certificò la morte, avvenuta nel loro ospedale.  

L'artista fu seppellito in una fossa comune del cimitero di San Sebastiano di Porto Ercole, ricavata sulla spiaggia e riservata agli stranieri e che, oggi, è il retroporto urbanizzato di Porto Ercole, dove nel 2002 è stato collocato un monumento a memoria.

Ma c’è anche un’altra storia sul pittore, che sta prendendo sempre più piede!  La morte per mano dei Cavalieri di Malta, su istigazione di alcune fazioni della Curia Pontificia. Il Caravaggio,  noto anche come il “Pittore maledetto”, tanto geniale quanto personaggio violento, non disponeva di profonde basi religiose, metteva in discussione i principi dogmatici della Chiesa, trattandone con superficialità e senza decoro i principi sacri, e questo renderebbe plausibile un’azione violenta da parte delle politiche della Chiesa.

Si porrebbe anche in discussione la sua morte ed il luogo ove avvenne. Il Caravaggio sarebbe infatti giunto cadavere o morente presso il porto della papalina Civitavecchia ( prof. Vincenzo Pacelli Università di Napoli ), e qui rifiutato perché colpito da mandato di cattura (condanna alla decapitazione comminatagli in Roma). Dal porto della cittadina laziale, sarebbe stato rispedito verso il Granducato di Toscana, “scaricato” sulla spiaggia della Feniglia, quindi personaggio scomodo, posto in una condizione di ambiguità ove si consideri, ironia della sorte, che era in atto la concessione della grazia, per i suoi reati, richiesta al papa da parte di qualche principe della chiesa che usufruiva dei suoi servigi pittorici.

Noi tutti conosciamo la vita tempestosa e travagliata del pittore, uomo rissoso violento, ovunque faceva “terra bruciata”, costretto ad allontanarsi rapidamente dai suoi misfatti,  da un luogo ad un altro.

Non aveva capito il valore delle sue opere che lo avrebbero fatto vivere agiatamente per tutta la vita. Frequentava le osterie romane ove il “coltello” dettava legge. Qui veniva in contatto con altrettanti uomini facinorosi al suo pari, il consumo del vino favoriva liti, in particolare per la comune frequenza di donne dai facili costumi. Spesso si procurava guai ma, grazie alla sua genialità, ottenne protezioni, non disinteressate. L’ultima malefatta, forse la più grande della sua vita, fu un orrendo omicidio in Roma, ove per l’appunto come anzi detto, venne condannato alla decapitazione ma, indirizzato opportunamente verso amici nell’Italia del Sud, scampò alla esecuzione. Tra l’altro di lui si parla anche per una certa omosessualità che trapela da alcuni suoi dipinti!

Secondo il prof. Pacelli il Caravaggio fu assassinato da emissari dei cavalieri di Malta con il tacito assenso della Curia Romana.

Ma c’è più! La sua biografia, risalta misteri, controsensi ed inesattezze, tra cui la errata data della  morte, 1609 0 1610, dovuta all’assunzione con ritardo tempo all’Argentario, del calendario Gregoriano, introdotto dal papa nel 1582.

Il pittore si imbarcò da Napoli per Roma, su una feluca, in cattive condizioni di salute (era stato aggredito nella città partenopea da alcuni personaggi pagati dai Cavalieri di Malta. Sfigurato in viso, con altre ferite sul corpo, fu lasciato morente a terra. Con sé portò tre opere pittoriche che sparirono nel corso del suo viaggio per mare e che servivano per pagare la grazia ai suoi crimini nello stato pontificio. Giunto a Palo Laziale fu sbarcato, ma c’è chi asserisce che scese invece nel porto di Civitavecchia. Da qui, ove era presente un presidio papalino, forse per evitarne l’arresto, fu dirottato verso la Toscana. Ma alcuni studiosi ritengono che il suo corpo giace sepolto nel cimitero  della città traianea.

Ipotesi a parte, nella folta pineta del Tombolo della Feniglia, è posta una lapide nel luogo ove il pittore ha esalato l’ultimo respiro. E’ qui che è stato scaricato, vivo o morente in acqua, non potendo la feluca raggiungere la riva per la presenza di bassi fondali.

E perché, ci si domanda, non fu sceso, con comodo, nel porto di Porto Ercole?

I Monaci della Confraternita della Santa Croce stilarono il referto mortuario, che interesse potevano avere a certificarne la morte nel luogo ed ad indicarne cause diverse da quelle reali?

“A lì 18 luglio nel ospitale di S. Maria Ausiliatrice morse Michel Angelo Merisi da Caravaggio, dipintore, per malattia”

 

 

 

Il ritrovamento dei miseri resti

Nel Luglio 2010, dopo oltre un anno di ricerche storiografiche e analisi scheletriche, di confronti col DNA dei discendenti di nativi di Caravaggio, con il cognome "Merisio", un'equipe di scienziati italiani ha confermato che le ossa coperte di piombo e mercurio (usati in grande abbondanza dai pittori del '600 per preparare i colori) trovate in quella che fu la fossa comune del cimitero di Porto Ercole, appartenevano al grande artista.

I presunti resti del Caravaggio erano situati nella cripta della chiesa del cimitero di Porto Ercole. Le ricerche sono state coordinate da un pool di istituti coordinati dall'Università di Bologna con il supporto degli atenei dell'Aquila e del Salento e del centro ricerche ambientali di Ravenna. Al risultato si è arrivati mettendo insieme gli esiti di indagini storiografiche e di biologia scheletrica, nonché dell'uso di tecnologie per l'accertamento dei metalli pesanti nelle ossa, di analisi dei sedimenti terrosi, della datazione con il metodo del carbonio 14, per finire con il controllo del DNA.

I resti ossei del Caravaggio si trovano a Porto Ercole, in mostra a Forte Stella, altra fortificazione del paese.

 

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Percorriamo un grazioso sentiero tra le rocce, raccolto entro una profumata macchia mediterranea ricca di composizioni floreali spontanee. Spicca per intensità colore ed aroma il bel rosmarino dalle infiorescenze turchine. L’arbusto attecchisce spontaneamente un po’ ovunque sulle rocce, ad onta delle difficoltà di crescere con cura, nei nostri giardini, stento e malaticcio. Qua e là biancheggiano fiori di erica arborea, mentre altre piante tipiche della macchia mediterranea, che riconosciamo, lasciano ben sperare sulla qualità dell’aria e sul futuro del luogo,  quando  si rispettano gli ambienti, e dell’umanità se sarà in grado di attuare politiche toscane.

Man mano che saliamo di quota l’orizzonte si dilata, mentre il sentiero ci porta sulla vista del golfo di Porto Ercole e sul borgo marino prospiciente, che raccoglieva un giorno, le abitazioni dei pescatori

 E’ strano, da quella posizione, gran panorama, non s’ode un rumore, non si avverte alcun movimento nel porto, quasi i luoghi fossero privi della presenza umana, se non fosse per qualche lontano pennacchio di fumo.

 Una bella cartolina, rocce a picco, rosse case che si riflettono nel mare blu, solcato da grandi vele variopinte dirette verso l’isolotto delle Formiche, mentre doppiamo il Forte di Santa Caterina, ove era ubicata una batteria di artiglieria.

 Permetteva questo di contrastare le incursioni dal mare dei Turchi con tiri di artiglieria radenti, in un lato precluso alla vista dalle rocce, del Forte “Filippo II”, pur nella più alta postazione, e dagli altri sistemi di avvistamento e difesa.

Un’altra struttura, in posizione intermedia, completava il quadro. Si tratta del Forte del Mulinaccio. Mentre altre due strutture più avanzate, verso Sud, svolgevano analoghe funzioni, il Forte Stella e la Rocca sul colle di Porto Ercole. Ogni angolo veniva monitorato per scongiurare improvvisi attacchi dal mare.

Malgrado qualche preclusione il forte “Filippo II” estendeva ovunque il suo sguardo, interdetto soltanto dal Colle di Porto Ercole e di Forte Stella. Era questo ben munito e poteva ospitare, al suo interno, molte famiglie oltre ad un gran numero di soldati posti a difesa del  fortilizio. In caso di incursioni notevoli e durature contava parecchie scorte alimentari entro il suo ambito, mentre potevano scarseggiare le riserve idriche.

La vista di controllo dal culmine del colle, entro il forte, grazie ai quattro bastioni ed ai camminamenti perimetrali, era notevole. Un profondo fossato difensivo difficile da superare impediva di scalare le elevati pareti, consentendo alla struttura sicurezza ed incolumità. Il consueto “ponte levatoio”, che se non restaurato, versa ancora in buono stato, permetteva un veloce  accesso ed evacuazione in caso di assedi. Avanti l’ingresso era posto il rivelino - ove troneggiava una cannoniera - già noto agli etruschi, scongiurava questo elemento impeditivo, la possibilità di demolire il portale di accesso con l’ariete.

 

“”Forte Filippo II””

Intorno al 1550, il nostro territorio apparteneva al re di Spagna. Il suo assetto politico “sui generis”, così detto “Stato dei Presidii era affidato ai viceré spagnoli di Napoli. La Repubblica di Siena era stata annessa al Granducato di Toscana, perdendo il controllo del litorale.

Questo “Stato” comprendeva tutto l’Argentario (Orbetello, Porto Ercole, Porto Santo Stefano),   Ansedonia e Talamone, in seguito venne annesso Porto Longone (Porto Azzurro), il resto dell'isola d'Elba, già appartenente alla signoria, passò sotto il  principato di Piombino.

Il litorale dello Stato dei Presidii andava da Collecchio a nord di Talamone fino alla torre costiera di Buranaccio ai confini con l'ultimo tratto costiero del Granducato di Toscana e lo Stato della Chiesa.

La fortificazione, denominata Forte Filippo II, in onore del Re di Spagna, venne costruita dall'architetto Giovanni Camerini poco dopo la metà del Cinquecento, nel luogo dove sorgeva una struttura di avvistamento di epoca precedente, il Forte Sant’Ermo realizzatp dai Senesi. Il Camerini aveva partecipato anche alla realizzazione di altre strutture difensive della zona, tra i quali il Forte Stella.

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Circoscritte le mura del Forte, discendiamo verso le auto per dirigerci sulla spiaggia della Feniglia, ove consumiamo un lauto pranzo al sacco, arricchito con dolci e caffè. Poi alle vetture per raggiungere la vetta del monte Argentario. A metà strada incontriamo un complesso monastico situato in bella vista sulla laguna di Orbetello. Si tratta del convento dei Padri Passionisti , posto, come al solito su un colle con  vista spettacolare. Nei pressi, nell’anno 1948, cadde un aereo israelitico. Tredici le vittime tra personale di bordo e passeggeri.

            Il velivolo, un Douglas Dakota DC-3 con la sigla ZS-BYX, fabbricato nel 1944 in Sud Africa per la Società “Scott Gordon Aviator” di Johannesburg, era partito venerdì 31 dicembre alle ore 12.10 dall’Aeroporto Internazionale di Atene ed era diretto a Nizza.  

                Continuiamo l’ascesa del Monte ove, in Vocaboli “Croce dell’Argentario” e “Telegrafo”, osserviamo le due isole più prossime dell’arcipelago toscano. Gianutri ed il Giglio.

Da quelle posizioni riusciamo anche a localizzare ed intravedere la nave da Crociera Concordia, che ha finito i suoi ultimi giorni sugli scogli delle “Scale” del Giglio. Per un momento rivolgiamo un pensiero alle vittime - innocenti di voler trascorrere nella spensieratezza una breve crociera - della vigliaccheria di chi ha gestito, con arte non Italiana la triste vicenda; che ha contribuito a colorire viepiù la codardia del popolo italiano nel mondo!

  Nell’opposto versante, ove è posta una enorme croce metallica, la vista spazia da Punt’Ala all’Oasi di Burano.

In grand’angolo, abbozzi di pittura … Talamone, Orbetello, la Giannella, la Feniglia, Ansedonia e forse Manciano, distesi nella silenziosa quiete pomeridiana.

Vani, 9-10-2016 

 

 

          


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